testi anni 80

DIANE ARBUS

recensione al volume “Diane Arbus. Una biografia” di Patricia Bosworth, in “PRO“, marzo 1988

La giornalista Usa Patrìcia Bosworth ha lavorato per due anni alla biografia di Diane Arbus, che aveva conosciuto come mannequin agli inizi del suo lavoro professionale nella fotografia di moda. Questo chiarisce almeno quanto il mito Arbus, sedici anni dopo il suicidio avvenuto nel ’71, abbia fatto presa non solo tra gli specialisti di cultura dell’immagine: anche in Italia, nell’estate scorsa, la traduzione – non perfetta – edita da Serra e Riva, Lire 30.000, ha ottenuto buoni piazzamenti nelle classifiche di vendita della saggistica. A stimolare i lettori, o le lettrici, del nostro paese penso che abbia contribuito la coincidenza tra le scelte creative di Diane Arbus e il cammino di orgogliosa indipendenza femminile da lei percorso, pur nell’incombere sempre più drammatico della nevrosi. Mentre credo invece che oggi, ai lettori di Pro, abbia senso proporre una riflessione sull’esperienza operativa di Diane, tra i mitici periodici illustrati editi a New York negli anni 60 altrettanto mitici… proprio come vicenda legata all’indipendenza professionale nei confronti della committenza. Diane inizia col marito Allan, in pratica come la sua assistente, e tenta di deformare con leggera ironia i servizi di moda per Harper’s Bazaar. Ma il suo vero Interesse diventa subito quello di mettere in rilievo – come specchi contrapposti – la normalità del mostri e l’aberrazione, o mostruosità, di chi si crede integrato. Dall’inizio degli anni 60, sola dopo il divorzio, con una reflex biottica 6×6 e flash elettronico, Diane tenta disperatamente di portare agli occhi del lettori dei mensili più sofisticati. le presenze scioccanti dei diversi di ogni genere: rivivono in primo piano deformità fisiche beffarde, maschere di antica paura coi segni del tempo, nani o giganti, handicappati o reietti, anarcoidi con la sfida dipinta sul corpo. Con operazione simmetrica, vengono indagati da Diane i riti mondani dell’America più conformista, come concorsi stravaganti, vacanze nudiste, party di artisti, esibizioni di star: e allo stesso modo vengono unificati i ritratti di soggetti privilegiati, con una costante sottolineatura grottesca. Diane in sostanza ha tentato di convincerci che i normali, o i vincenti, contengono tratti di mostruosità equivalenti ai soggetti della patologia convenzionale. Questa è la tesi di fondo, a mio parere, di tutta la sua opera, che non ha mai conosciuto preziosità tecniche, né particolari artifici di stile visivo. Inoltre Diane ha voluto far coincidere le sue foto con la sua esperienza diretta di vita: si sentiva per certi aspetti impotente di fronte alle proprie nevrosi (diversa, drammaticamente incapace di integrarsi nello schema sociale) e per altri aspetti fiduciosa nella propria capacità fotografica di superarle, di fare (creativamente) chiarezza. Nella pratica fu vittima di un’illusione, cui offrirono — inconsapevoli ferite o meno — la propria complicità altre mitiche figure della cultura fotografica newyorkese. Walker Evans, Richard Avedon, John Szarkowski cercarono o credettero di aiutarla nel braccio di ferro con editori e redattori di riviste, che volevano invece certezze ed encomio attorno ai personaggi delle loro stories. Dietro loro, ovviamente, le tirature incerte dei magazines di moda o di attualità sofisticata, che proprio negli anni 60 cominciavano il loro inarrestabile crepuscolo. Vogue, Harper ‘s Bazaar, Esquire, Holiday, Show, come pure gli inglesi Sunday Times e Nova, non potevano non preferirgli l’aggressività sontuosa e rassicurante proprio di Avedon, o di Irving Penn. A Diane non restò che perseguitare sessualmente l’art director Marvin Israel, o anche abbordare i maniaci sulla metropolitana, infilarsi nei rituali della droga, o aggredire con la camera le esterrefatte celebrità soggetti dei suoi servizi. Anche qui, in questo tentativo di rendere contemporanea l’esperienza esistenziale e quella creativa (cioè di far coincidere dentro di sé il fatto con l’immagine) sta il messaggio sconvolgente di Diane. Oggi, a noi, nella realtà culturale e operativa che attraversiamo, nulla di simile sembra praticabile. E tuttavia il dilemma della coerenza tra professione e idee personali permane e determina in quasi tutti i creativi delle insuperabili contraddizioni. In migliaia di studi, non potendo aleggiare l’ombra del suicidio, sembra affermarsi il cedimento alla banalità del mercato, la rinuncia a sentirsi un po’ diversi…

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